Los secretos del medico de la seleccion nacional












I segreti del medico della selezione nazionale

Il dottor Ruben Dario Oliva ritornò al paese nel 1977 per lavorare unitamente a Menotti nella squadra nazionale. Quindici anni prima era stato allontanato dai suoi colleghi. Oggi ritorna per stare assieme alla squadra che andrà in Spagna per confermare il titolo. Chi è quest’uomo? Come pensa? Come lavora? Questo è ciò che risponde

E’ apabulante. Parla con passione, con furia. Hai la possibilità di passare un giorno nel ritiro della nazionale e li scoprire come lo rispettano, e lo cercano, i giocatori. Ruben Dario Oliva è il medico della nazionale che fu campione del mondo nel 1978 e oggi va in Spagna per cercare di doppiare. Però, più che questo, è un appassionato della sua professione e del suo lavoro. Vale la pena che noi lo conosciamo e sappiamo come pensa.
Mi parli di lei, come arrivò a tutto questo.
Il curriculum in questo non tiene nessun valore. Questo problema della medicina sportiva io lo vidi quando avevo 17 anni e feci il corso di educazione fisica in San Fernando. Li nacque la mia inquietudine. Con l’educazione fisica ha un’immagine dinamica e moderna, che mi portò a rendere profondi i problemi biologici. Come in questo momento il mio lavoro m’impediva di studiare medicina, mi dedicai a studiare problemi di altra natura. Li, nell’Università di Rosario, gran parte della carriera di Sociologia, che mi diede cultura generale in aspetti molto importanti di carattere sociale. Per esempio, geografia economica, economia politica. Questo mi servì molto nella vita. Dopo, quando potei regolare i miei orari, mi misi in Medicina per fare in maniera profonda anatomia e fisiologia. Questo mi dava altro approccio dell’educazione fisica, non in aspetti pedagogici se non biologici. Perché prima di lavorare nelle scuole, cominciai ad allenare atleti. E, per essere un buon preparatore di macchine da corsa, devi conoscere molto bene il funzionamento del motore umano. Questo mi diede un panorama che mi permise di dire: un momento, la medicina dinamica ha da incontrarsi con la medicina generale. Mi ricordo che mi riunivo in quel tempo con i cardiologi e loro scartavano i giocatori con il cuore grande. Io dicevo ai miei colleghi: guarda che le prove che si fanno con gli atleti dall’inizio del secolo possono essere applicate alla linea generale. Come per esempio, la fabbrica Alfa Romeo fece un’auto da corsa nel 1950 che dopo la modificò per fare un’auto da passeggio. Il mio punto di vista non è più che la medicina ippocratica, che si nascose per la superspecializzazione o l’azione meccanicistica del medico.
Quando entrò nel calcio? Nel 1946.
Fu ricevuto come medico? No, studiavo Medicina. Ero preparatore fisico.
Le sue esperienze erano inedite per il paese? Quello che non sa quello che cerca, non vede quello che incontra. Se uno inizia una’attività con principi filosofici chiari, quello che va a fare serve per arricchire la conoscenza culturale. La specializzazione che m’impegnai a fare con la base di educazione fisica fu con la carriera di medicina generale. Erano le stesse conoscenze, viste da altra maniera.
Torniamo al suo approccio al calcio? Tutto il mondo che sta vincolato al calcio sempre racconta che giocò in terza o quinta serie. Io ebbi una relazione affettiva con il calcio perché fu l’unico sport che praticai. Arrivai ad un certo livello nella zona della mia città natale, San Justo de Santa Fè. Li fui preparatore fisico. Dopo mi trasferii a Rosario e lavorai nel Club Tiro Federal e nel Rosario Central. Li fu dove rivoluzionai l’attività fisica. In quel tempo, 1950, l’unica cosa che si faceva erano giri di campo con un empirismo superficiale. Io misi la palla nel campo per fare l’attività fisica con gli elementi del gioco. Allenavo con una base biologica distinta. Perché il professore di educazione fisica quando sì quando si laurea è un educatore specializzato però non è un preparatore se non approfondisce seriamente le sue conoscenze.
Che accadde quando si laureò in medicina? Girai un poco . nel nostro paese teniamo precedenti valorosi. Il dottor Grasso, per esempio, fondò nel 1923 il primo dipartimento di medicina sportiva nel club Gimnasia y Esgrima di Buenos Aires, quando negli Stati Uniti né ovunque si parlava di medicina sportiva. Così come nella guerra d’indipendenza noi fondemmo i propri nostri cannoni in Mendoza mentre negli Stati Uniti nella guerra di secessione del 1860 non fusero le loro armi, mentre noi vivemmo in un paese che avanzò molto in alcune cose per poi cadere per motivi uguali. Così la medicina sportiva fu segnale e dette consigli in tuta America. I nuovi biotipi del dottor Grasso sono gli stessi che io utilizzo per tenere un’immagine biotipologica della gente. E’ una caratteristica di origine argentina. Come tante altre invenzioni che passarono dopo agli stranieri. Come il primo siero per trasfusioni che si studiò qui e s’inviò in Francia nella Prima Guerra Mondiale essendo un’invenzione argentina.
Voi creaste la definizione di medico deportologo? È un piacevole ricordo. Nel 1955 si tenne il Primo Congresso Internazionale di Medicina dello Sport in Buenos Aires ed io andai da Rosario per presentare la mozione che il medico sportivo, come si diceva, si chiamasse deporto logo applicando la radice normale della medicina (ginecologo, cardiologo, etc.). E la mozione fu accettata. Le racconto un aneddoto: tanto avevo insistito io in Rosario con il tema della medicina sportiva che il club Rosario Central fece un concorso, unico caso nel paese, per contrattare il suo medico. Io presentai i miei precedenti e vinsi questo concorso. Il dottor Oliva non racconta che, attualmente, i clubs contrattano i loro medici semplicemente per raccomandazione. Per essere amico del tecnico o del dirigente di turno.)
Per quale motivo lasciò il paese? Io non me ne andai dal paese. Vado a spiegarle. In Rosario ero capo del servizio di fisiologia nella facoltà, ero direttore dell’Istituto di Educazione Fisica, ero medico del club Rosario Central e tenevo inclusiva una sede dove si faceva riabilitazione di bambini asmatici e con problemi ortopedici. Ossia che professionalmente stavo molto bene. Però mi resi conto che per fare un’idea importante dovevo andare a Buenos Aires. Per questo che mi trasferii nel 1962. In quel tempo esisteva nell’AFA un servizio di traumatologia sportiva, che funzionò con questo nome fino a pochi anni fa, quando fu cambiato per quello che corrispondeva, medicina sportiva. E come io ero l’unico medico, e si suppone nell’ambiente calcistico, che era entrato in un club per concorso, il delegato del Central propose al presidente dell’AFA, il dottor Colombo, che m’incorporassero in questo centro medico per lavorare in funzione del Mondiale di Cile. E fui chiamato a Buenos Aires unito ad alcuni ragazzi che venivano per integrare la squadra, come il portiere Andrada, per integrare il corpo medico. Mi chiamò all’attenzione un’apertura di questo tipo, tanto interessante. La domanda fu che il gruppo di medici che stava nell’AFA e dirigeva il distinto collega dottor Covaro, non accettò la mia inclusione. E come me non tenevo difesa perché venivo da Rosario mi vidi obbligato a rinunciare perché gli altri medici minacciarono di andarsene se fossi stato contrattato. E tornai a Rosario per non causare problemi al dottor Colombo.
E tornò all’AFA dopo 15 anni? Chiaro, perché io non vivevo di luce riflessa. Continuai a specializzarmi in quello che potei. Però passarono 15 anni di rallentamento ideologico nella materia perché mi rincorporassero. Però non mi rincorporò l’università, l’AFA o altro per lo stile. Mi rincorporò un direttore tecnico che essendo conosciuto e avendo partecipato in questa idee per anni, quando era giocatore del Rosario Central, avendo tenuto esperienze con distinti medici nei clubs che attuò, considerò che io ero l’uomo utile per collaborare nel mondiale 78. A me m’incorporò un uomo, Menotti il quale non mi denigrava, al contrario, perché parla di un aspetto concettuale che a volte considerano persone che non sono professionali e comprendono il problema. Quando entrai nella facoltà di Medicina mi proposi una formazione dove considerai il problema dello sport con un concetto amplio, come lo considerano l’UNESCO, l’Organizzazione mondiale della Sanità. Un problema interdisciplinare che tiene implicazioni in tutti i settori della comunità. Nella parte di traumatologia, il concetto che tengo della biologia mi portò a specializzarmi per mezzo di una condotta autodidatta però legittima, perché il tempo me lo dimostrò, in una patologia dimenticata o non presa sul serio dalla traumatologia tradizionale che è quella delle parti molli. Problemi muscolari, legamentosi, eccetera. Quando cominciai con il trattamento delle parti molli in Buenos Aires credevano che era un trattamento superficiale d’infiltrazioni, di iniettare cortisone e terminare la cosa. Credevano che veniva un soggetto superficialmente preparato a invadere giurisdizioni e a lavorare casi di stregoneria. Oggi sanno che non è così.
In quali clubs lavorò in Buenos Aires? Fui medico del Chacarita Juniors, nel Racing e sopravvissi lavorando con le mie idee. Però non tenevo il titolo specifico di medico sportivo. Per questo mi presi la borsa di studio dell’Organizzazione Mondiale della Salute per fare il corso di medicina dello sport in Europa. E come accettarono i miei precedenti, fui alla scuola di Medicina dello Sport di Milano, con il professore Margaria, un famoso fisiologo a livello mondiale, dove feci il corso nel 1967 e nel 1968. Mi ripresentai al mio paese al meglio che potei. Il mio lavoro di tesi fu richiesto negli USA. Però tornai al mio paese perché era il mio obbligo. Tutti gli sforzi che feci intanto furono vani. Non vale la pena parlare più del tema. Per questo nel 1972 ritornai in Italia. Fino a che mi chiamò Menotti.
Cambiando il tema: cosa è un giocatore di calcio? Non è più che un uomo che fa sport. Per il nostro temperamento, è più facile che l’individuo preferisca lo sport di squadra perché siamo più comunicativi. La squadra di calcio è una società in piccolo. D’accordo con le caratteristiche di ciascun giocatore va a sviluppare la sua posizione. C’è un parallelo con la medicina. Ardiles, per esempio, è un uomo di centrocampo, ed è anche così come il clinico della squadra. O il medico nato, che gli piace vivere nella sala operatoria, è l’attaccante di calcio del tipo di Artime. In questa piramide la base la costituiscono i giocatori. È l’elemento che tenderà a stare più curato, meglio assistito.
Per quale via si troverà la soluzione? Fare che l’AFA, che regolò tutti gli aspetti amministrativi del calcio, sistemi adesso tutti gli aspetti medici del calcio.
Cosa significa Menotti per il paese? Quando un nome supera la professione è quando può esprimersi meglio. Occorre in qualche aspetto della vita. La personalità di Menotti eccede il fatto di essere un direttore tecnico di calcio. In medicina c’è un concetto che vale tuttavia per definire Menotti: “Quello che solo la medicina sa, né la medicina sa”. L’importante non è il 4-2-4 o il 4-3-3. Le cose importanti sono quelle che girano attorno ad esso per poter collocare tempo-spazialmente questo problema nel livello che gli corrisponde.
A lei la chiamano mago? Si a volte.
E come le cade? Mi fa sorridere. Immagini che se ogni volta che tengo di dare una spiegazione filosofica alla mia maniera di pensare la medicina ho bisogno di parlare per un’ora. La base della mia formazione è quella di maestro di scuola. La mia professione parte da un vecchio concetto che regna da molto tempo nel paese: Il sapere non occupa spazio. Nella mia casa mi dissero che tutto quello che serve per perfezionare lo devi usare in beneficio delle prove e non per scalare posizioni. Questo paese soffre un problema culturale. E tiene che recuperare i vecchi valori che alimentarono le altre generazioni. E se non le recuperiamo, non so dove si va a parare.

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