
Riassunto delle esperienze legate al calcio - fino al 1978
Giocatore della squadra del C.A: Colon de San Justo , Prov de santa Fe. Anni 1940/41 e 42
Preparatore fisico presso la stessa squadra.
Preparatore del C.A. Tiro Federal de Rosario. Anni dal 1948 al 51
Preparatore fisico del Club Atletico Rosario Central – 1951 a 1956 della squadra maggiore e del consulenza riguardo la preparazione fisica delle squadre minori.
Rinuncia a tale incarico per dedicarsi alla Medicina Sportiva
Nel primo Congresso Argentino di Medicina dello Sport (Buenos Aires – 1955) , in altri lavori, presenta la mozione che il nome corretto per il medico che si dedica veramente alla specialità deve essere di Medico Deportologo . Tale mozione fu accettata per il Congresso e pubblicata nelle sue conclusioni.
Ritorna alla menzionata Istituzione Sportiva, per concorso con titoli e precedenti, come Medico Sportivo e Direttore del Dipartimento Fisico Medico 1961-1965 . Contribuì alla creazione e sviluppo della scuola che nel suo proseguio si svilupperà nella sua interezza. Tenne nella stessa il primo corso per ausiliari della medicina (kinesiologi, massaggiatori, etc.) al fine di elevare il livello del lavoro specifico e coordinare nello stesso in tutte le divisioni con tale tecnica.
Tornò nel Club e fu di esso, conferenze di estensione culturale e specifiche riguardanti la sua specialità.
In questo periodo fu invitato in varie opportunità, a dar alcune lezioni riguardanti allenamenti sportivi e suoi aspetti medici, nei corsi realizzati dalla AFA per tecnici.
Nel 1962 fu nominato Medico Sportivo per la Selezione Nazionale (Mondiali di Cile), primo caso nel quale la AFA aggrega uno specialista per contribuire negli altri aspetti con il suo servizio di Traumatologia Sportiva. Rinuncia all’incarico senza esercitarlo, a causa delle non condizioni adeguate di lavoro, continuando con le sue funzioni nel Rosario Central, prima del suo trasferimento a Buenos Aires nel 1965.
In questa città si disimpegnò come medico nel Club A. Chacarita Juniors e C.A. Almagro 1955-1956 prima del suo viaggio di studio in Europa.
Frequenta il Corso di Specialista in Medicina dello Sport 1967/68, che si tenne nella Università de Milano, come “Fellowship of the World Health Organization, specialized agence of the United Nations”.
Durante la sua permanenza in Milano, ha studiato il funzionamento di Istituzioni come Inter, Varese, Milan, etc e delle città vicine.
In Appiano Gentile, sede del campo sportivo del Inter, ha realizzato un lavoro di analisi scientifica de calcio, con la collaborazione del Centro de Cinematografia Scientifica del Politecnico della Università di Milano, per le sue posteriori pubblicazioni.
Ritornato al paese si disimpegna come Medico del Squadra Professionistica del Racing Club di Avellaneda. Anni 1968,69 e 70
Medico del Squadra Professionistica del C.A. Huracan de Buenos Aires. Anno 1971
Direttore del Servizio Medico per gli esami pertinenti effettuati ai partecipanti (10.000 giovani di tutto il paese) nel Torneo Giovanile di Calcio realizzato dal Ministero della Salute, che conta sull’appoggio della A.F.A. e un’importante azienda (COCA-COLA). Anno 1970.
Ritorna in Europa per continuare i suoi studi in Medicina dello Sport.
Preparatore fisico presso la stessa squadra.
Preparatore del C.A. Tiro Federal de Rosario. Anni dal 1948 al 51
Preparatore fisico del Club Atletico Rosario Central – 1951 a 1956 della squadra maggiore e del consulenza riguardo la preparazione fisica delle squadre minori.
Rinuncia a tale incarico per dedicarsi alla Medicina Sportiva
Nel primo Congresso Argentino di Medicina dello Sport (Buenos Aires – 1955) , in altri lavori, presenta la mozione che il nome corretto per il medico che si dedica veramente alla specialità deve essere di Medico Deportologo . Tale mozione fu accettata per il Congresso e pubblicata nelle sue conclusioni.
Ritorna alla menzionata Istituzione Sportiva, per concorso con titoli e precedenti, come Medico Sportivo e Direttore del Dipartimento Fisico Medico 1961-1965 . Contribuì alla creazione e sviluppo della scuola che nel suo proseguio si svilupperà nella sua interezza. Tenne nella stessa il primo corso per ausiliari della medicina (kinesiologi, massaggiatori, etc.) al fine di elevare il livello del lavoro specifico e coordinare nello stesso in tutte le divisioni con tale tecnica.
Tornò nel Club e fu di esso, conferenze di estensione culturale e specifiche riguardanti la sua specialità.
In questo periodo fu invitato in varie opportunità, a dar alcune lezioni riguardanti allenamenti sportivi e suoi aspetti medici, nei corsi realizzati dalla AFA per tecnici.
Nel 1962 fu nominato Medico Sportivo per la Selezione Nazionale (Mondiali di Cile), primo caso nel quale la AFA aggrega uno specialista per contribuire negli altri aspetti con il suo servizio di Traumatologia Sportiva. Rinuncia all’incarico senza esercitarlo, a causa delle non condizioni adeguate di lavoro, continuando con le sue funzioni nel Rosario Central, prima del suo trasferimento a Buenos Aires nel 1965.
In questa città si disimpegnò come medico nel Club A. Chacarita Juniors e C.A. Almagro 1955-1956 prima del suo viaggio di studio in Europa.
Frequenta il Corso di Specialista in Medicina dello Sport 1967/68, che si tenne nella Università de Milano, come “Fellowship of the World Health Organization, specialized agence of the United Nations”.
Durante la sua permanenza in Milano, ha studiato il funzionamento di Istituzioni come Inter, Varese, Milan, etc e delle città vicine.
In Appiano Gentile, sede del campo sportivo del Inter, ha realizzato un lavoro di analisi scientifica de calcio, con la collaborazione del Centro de Cinematografia Scientifica del Politecnico della Università di Milano, per le sue posteriori pubblicazioni.
Ritornato al paese si disimpegna come Medico del Squadra Professionistica del Racing Club di Avellaneda. Anni 1968,69 e 70
Medico del Squadra Professionistica del C.A. Huracan de Buenos Aires. Anno 1971
Direttore del Servizio Medico per gli esami pertinenti effettuati ai partecipanti (10.000 giovani di tutto il paese) nel Torneo Giovanile di Calcio realizzato dal Ministero della Salute, che conta sull’appoggio della A.F.A. e un’importante azienda (COCA-COLA). Anno 1970.
Ritorna in Europa per continuare i suoi studi in Medicina dello Sport.
Articolo tratto da La Voz de la Galicia
El respeto y la recompensa
di Cesar Luis Menotti
España y Alemania están en la final de la Euro 2008. Estaban entre los candidatos y quizá los españoles lleguen con algo más de brillo. Hay una ilusión y una posibilidad tangible de observar un gran partido, siempre que se juegue desde el máximo respeto, por la pelota, por el juego, por la lealtad competitiva, por el público, por la representatividad. El fútbol, cuando enaltece estos valores, nunca será agraviado por una derrota.
Con las convicciones que marcan la calidad técnica de sus jugadores, España se impuso con comodidad a un equipo ruso desdibujado, vulgarizado, que no acertó tres pases seguidos. No tuvo reacción anímica para imponer nada, ni juego ni actitud, y mucho menos individualidades, que son reconocidas cuando un equipo tiene la pelota y se pierden en la intrascendencia cuando cada jugador tiene la pelota en sus pies para mostrar que es el mejor. Termina no siendo nada, ni él ni el equipo. No alcanzaban los gritos de incendio de su entrenador Hiddink. El incendio terminó devorándose todo, como si el escenario les hubiese quedado grande.
Hacía muchos años que España no apostaba a este estilo, muchos años de exhibir músculo y marginar el talento. Era furia. Frente a Rusia juntó a los que mejor juegan y buscó el equilibrio. España es el coraje del torero y no del toro.
A Alemania le llegó con un par de buenas acciones para imponerse contra Turquía en el resultado, sin encontrar en el juego el funcionamiento colectivo que había insinuado en el comienzo del torneo.
Hay una frase del doctor Rubén Darío Oliva que fue siempre una invitación a reflexionar en el análisis de un equipo que aparece fatigado: «Sentirse cansado no es estar cansado». Esto de estar cansado era la impresión que dio Alemania en el primer tiempo. Es un síntoma que aparece cuando un equipo juega mal, impreciso en los pases, transportando demasiado la pelota, previsible. Ausente Ballack, le permitía a Turquía jugar mejor adueñándose del protagonismo. Esta Turquía llena de picardía que la lleva a transitar al filo del reglamento (hasta sobrepasarlo), dominó a Alemania en el juego y en la actitud. Pero esto de sentirse cansado suele pasar en la vida misma. Uno llega a su casa después de una jornada donde todo le salió mal y se siente tan fatigado que no quiere ni escuchar a sus hijos. Pero de pronto gritan incendio y esa persona es capaz de bajar las escaleras y subirlas tantas veces como sea necesario por la seguridad de su familia. Se fue el cansancio y encontró el estímulo. Definitivamente, sentirse cansado no es estar cansado. Nunca vi un equipo cansado cuando gana 3-0.
En el segundo tiempo, seguramente el equipo escuchó el grito de incendio y Alemania no alcanzaba a jugar bien pero ya no estaba cansado. Esa sensación de fatiga del primer tiempo desapareció. Había otra vibración, otra actitud ante la adversidad que lo llevó sin más merecimiento que una muy buena jugada a ganar el partido.
Tiene Alemania que recuperar la memoria. Juega muy partido ya que hay una distancia exagerada entre la línea de defensores y los volantes de equilibrio, no hay relevos. Cuando un marcador central sale sobre un lateral casi nunca sus volantes se meten en la línea defensiva. Si jugamos a un toque, jugamos muy bien; si jugamos a dos, bien; si jugamos a tres, mal, y más de tres toques, muy mal.
di Cesar Luis Menotti
España y Alemania están en la final de la Euro 2008. Estaban entre los candidatos y quizá los españoles lleguen con algo más de brillo. Hay una ilusión y una posibilidad tangible de observar un gran partido, siempre que se juegue desde el máximo respeto, por la pelota, por el juego, por la lealtad competitiva, por el público, por la representatividad. El fútbol, cuando enaltece estos valores, nunca será agraviado por una derrota.
Con las convicciones que marcan la calidad técnica de sus jugadores, España se impuso con comodidad a un equipo ruso desdibujado, vulgarizado, que no acertó tres pases seguidos. No tuvo reacción anímica para imponer nada, ni juego ni actitud, y mucho menos individualidades, que son reconocidas cuando un equipo tiene la pelota y se pierden en la intrascendencia cuando cada jugador tiene la pelota en sus pies para mostrar que es el mejor. Termina no siendo nada, ni él ni el equipo. No alcanzaban los gritos de incendio de su entrenador Hiddink. El incendio terminó devorándose todo, como si el escenario les hubiese quedado grande.
Hacía muchos años que España no apostaba a este estilo, muchos años de exhibir músculo y marginar el talento. Era furia. Frente a Rusia juntó a los que mejor juegan y buscó el equilibrio. España es el coraje del torero y no del toro.
A Alemania le llegó con un par de buenas acciones para imponerse contra Turquía en el resultado, sin encontrar en el juego el funcionamiento colectivo que había insinuado en el comienzo del torneo.
Hay una frase del doctor Rubén Darío Oliva que fue siempre una invitación a reflexionar en el análisis de un equipo que aparece fatigado: «Sentirse cansado no es estar cansado». Esto de estar cansado era la impresión que dio Alemania en el primer tiempo. Es un síntoma que aparece cuando un equipo juega mal, impreciso en los pases, transportando demasiado la pelota, previsible. Ausente Ballack, le permitía a Turquía jugar mejor adueñándose del protagonismo. Esta Turquía llena de picardía que la lleva a transitar al filo del reglamento (hasta sobrepasarlo), dominó a Alemania en el juego y en la actitud. Pero esto de sentirse cansado suele pasar en la vida misma. Uno llega a su casa después de una jornada donde todo le salió mal y se siente tan fatigado que no quiere ni escuchar a sus hijos. Pero de pronto gritan incendio y esa persona es capaz de bajar las escaleras y subirlas tantas veces como sea necesario por la seguridad de su familia. Se fue el cansancio y encontró el estímulo. Definitivamente, sentirse cansado no es estar cansado. Nunca vi un equipo cansado cuando gana 3-0.
En el segundo tiempo, seguramente el equipo escuchó el grito de incendio y Alemania no alcanzaba a jugar bien pero ya no estaba cansado. Esa sensación de fatiga del primer tiempo desapareció. Había otra vibración, otra actitud ante la adversidad que lo llevó sin más merecimiento que una muy buena jugada a ganar el partido.
Tiene Alemania que recuperar la memoria. Juega muy partido ya que hay una distancia exagerada entre la línea de defensores y los volantes de equilibrio, no hay relevos. Cuando un marcador central sale sobre un lateral casi nunca sus volantes se meten en la línea defensiva. Si jugamos a un toque, jugamos muy bien; si jugamos a dos, bien; si jugamos a tres, mal, y más de tres toques, muy mal.
Iscriviti a:
Post (Atom)


.jpg)